L’evento si configura come ideale prosecuzione del percorso artistico di Francesco Cecere la cui opera ha come filo conduttore una dimensione pittorica di inconsueta bellezza, completa di figure sospese nell’ombra di colori che lottano per venire via dalla tela e prendere pieno possesso della realtà. L’uso che l’artista fa del rosso, del blu e del bianco appare una squisita amalgama di piacere e vizio, brutalità e incanto. Le sue sono opere profondamente suggestive e fortemente evocative, di un soggetto che non si vede, ma che esiste; le ombre e l’intreccio prodotti dagli strati di colori, il riflesso, ma anche i bagliori.

Una mostra decisamente piacevole che appaga lo sguardo e arricchisce l’animo dell’uomo, attraverso la presa in considerazione delle bellezze che il colore offre quotidianamente a coloro che sono in grado non solo di guardare, ma soprattutto di osservare.

                                                                                                             FABIO CORBISIERO

Mi è stato nuovamente chiesto di scrivere qualcosa sull’opera pittorica di Francesco Cecere e pronto alla chiamata ho risposto sempre con l’accortezza e la cautela che tale impegno richiede.

La domanda che più assilla i miei pensieri da quando cerco di interpretarne i segni pittorici è come mai io non voglia arrendermi a guardare solo con gli occhi la sua opera e ammirarne la costruzione su tela. Mi sento in obbligo di specificare che come Pandora non ha resistito alla tentazione di aprire il suo vaso io parimenti sono costretto ad aprire quello dove credo sia contenuta la verità di un’arte, la sua, oggettivamente particolarizzata e parcellizzata su strati mitici di inconsueta bellezza e forza, dove bellezza è il canto a volte disperato di un coraggioso avventuriero e forza laddove si conviene che la mente debba lasciare spazio all’anima.
D’altra parte l’opera del nostro è opera completa di figure sospese nell’ombra di colori che lottano per venire via dalla tela e prendere pieno possesso della realtà così come necessità imprime loro di fare ma che allo stato attuale delle cose vissute si cristallizza nella piena consapevolezza dell’esistere e dell’esistenza contrapposta alla sopravvivenza delle immagine stantie e logore della maldicenza mondana. L’uso che l’uomo fa del rosso del blu e del bianco non è lo stesso di quello del pittore ma allo stesso tempo comprime e lo assoggetta all’esigenza di un racconto senziente più che sensibile di squisita amalgama di piacere e vizio, brutalità e incanto.
La poesia che da tutto questo scaturisce vibra e s’innalza verso dimensioni supposte veritiere nella maggior misura di quanto non faccia la speranza che da ultima è fuoriuscita dal mitico vaso e si staglia leggera e potentemente sovversiva sulla testa e nel cuore di chi come il sottoscritto non vuole arrendersi alla mera edulcorata sola visione della pittura tantomeno poi dell’arte di Francesco.

                                                                                                              VINCENZO PIROZZI

 

Conosco Francesco Cecere da moltissimi anni e ancora oggi mi chiedo come ogni volta possa stare tutto in una tela di quadro.
La pittura quando è arte, se lo è davvero per molti per lui è la vita stessa che lo ha generato dai suoi sogni non sempre felici e che oggi trovano spazio e soprattutto ritrovano forza attraverso le opere altrimenti sacrificate al silenzio degli occhi.
Cecere Francesco così come raccontano i suoi lavori è figlio di un’epoca strizzata nel presente come dentifricio in un tubetto ormai traboccante, la terra è un luogo comunque piccolo e quindi per questo non basta a contenere il grido di terrore e di bellezza che le sue opere sembrano cantare a chi guardandole comincia ad ascoltare. Tutti gli elementi sono rappresentati come fossero già all’interno della tela che chiede solo di essere ripulita dalla patina grigia della normalità, sottende a qualcosa che chiede spazio e forza per nascere. Non a caso il rosso è una figura costante negli ultimi lavori, è carico di ricordi ma anche proteso verso future nascite che siamo ansiosi di vedere con gli occhi ma soprattutto con spirito libero.
Opere come “Gioco di un cuore ferito” (2008) o “Ghiacciai di parole” (2009-2010) rispondono al bisogno che i sensi hanno di lasciare la loro impronta che non sia sacrificabile al vizio del tempo e alla smania della dimenticanza. Richiede coraggio o qualcosa che sia almeno follia ritenere “Orgasmo” un insieme di temi colori e sensazioni che esplodono dal di dentro stesso dell’ autore e che altrimenti sopperirebbero alla cruda latitanza di giorni imperfetti.
C’è credo un distacco dai primi lavori che a meno di non cadere in errore è solo un distacco di intenti giammai di fede nelle proprie convinzioni. Il “Cerchio della resistenza” e “L’aurora” catturano il genio (del male?) che non sa ancora dove può finire lo spazio e la materia a lui concessa schiudendosi così a percorsi veramente infiniti sottomettendo i sensi all’opera di un uomo che ha fatto della pittura il prolungamento stesso dell’animo inquieto.

VINCENZO PIROZZI

 

Verso la luce…
Recent Past è il titolo che l’autore ha scelto per racchiudere i suoi lavori realizzati tra il 2003 ed il 2007.
Opere quindi non recentissime ma che necessitavano di un’esposizione complessiva, conclusiva atta a chiudere il cerchio! Poiché condivido questa necessità del lavoro ciclico ritengo opportuna la scelta di formare un corpus unico di una serie di opere, alcune delle quali proposte nella sede di Palazzo Venezia assieme allo scrivente ed ad altri autori, altre coeve per tempi e stile.
Ma perchè Cecere chiude il cerchio?
Cosa cerca? Di cosa deve liberarsi?
Probabilmente la stessa forza, la stessa energia che lo portava a realizzare corpose (e massicce) tele materiche sta cedendo il posto a più lievi composizioni che osserveremo nei prossimi anni, intanto è opportuno notare che all’interno dell’esposizione stessa vi è un percorso proteso verso dimensioni più regolari, toni sempre estremi ma più armonici, il nero dominante si apre lentamente al colore, alla luce?
La pittura è sempre informale, l’abbondanza dei neri venati di rosso echeggia su tutto ma, le autostrade percorse dall’ampio pennello non si fermano soltanto sui dossi accidentati del bitume, scivolano tra i solchi delle colature e s’immergono tra le pieghe di gamme cromatiche più chiare; è il preludio della nuova sintassi che si sta sviluppando.
Sarà ancora informale oppure qualcosa di molto diverso? Alla prossima mostra

Toward the light…
Recent Past is the title that the author has chosen to enclose their work done between 2003 and 2007.
Works then but not recent needed in a total exposure, which would close the circle closing! I share this because I need the work cycle to correctly choose to form a single set of a series of works, some of which are proposed in the Palazzo Venezia with the writer and other writers, other contemporaneous in time and style..
But why Cecere closes the circle?
What do you look? What should be freed?
Probably the same force, the same energy that led him to make full-bodied (and massive) tele matter is giving way to more subtle compositions that we observe in the coming years, in the meantime it should be noted that within the same exposure there is a path leaning toward more regular dimensions, shades always extreme but more harmonious, the black slowly opens dominant color, light?
Painting is always casual, plenty of blacks bloodshot echoing through everything, but traveled the highways from the large brush, do not stop only on the rough bumps of the bitumen, they slip between the furrows between the folds of sagging ranges lighter color, it is the prelude to the new syntax that is being developed.
Will still be informal or something different? The next show.

MAURIZIO BARRETTA

Quindici anni di lavori e una incessante ricerca di vita: la mostra “Follia o vagare di dolci euforie” ospitata a Palazzo Marigliano rappresenta un momento di svolta nella carriera del giovane artista napoletano Francesco Cecere. I lavori esposti sono le ultime produzioni: perlopiù opere di pittura informale, ma nessun lavoro materico o pittoscultoreo. Quindici opere che ripercorrono una strada che ha portato ad una riduzione numerica aumentata in qualità, che dà un’impronta più forte dove predomina il nero e il rosso. Nero che non è sinonimo di oscurità, ma di chiarezza in quanto sintesi di tutti i colori e massimo risultato della luce. Colore che diventa materia con l’utilizzo di sostanze eterogenee: sabbia, caffè, polvere di legno. Le opere si sviluppano lungo il solco della scuola di Domenico Spinosa la cui matrice dolorosa affonda le proprie radici, secondo Sartre, nell´uomo appena uscito dalle atrocità della guerra, e che, per Cecere, riconducono alla perdita degli affetti più cari e alle difficoltà di una vita travagliata. E al rapporto conflittuale con la città di Napoli, che, come una altalena, oscilla tra gioia e infelicità, benessere e malessere. Napoli città rossa, città in continuo cambiamento, quasi buia. Ma un rosso che è parte, anch’esso, della chiarezza dopo il continuo alternarsi tra momenti di violenza e momenti di pace. Una pittura in fieri che, alla fine, aprirà a Cecere la strada della “dolce euforia” nella terra di Jackson Pollock, dove l’artista punta ad arrivare con la collaborazione della regione Campania.

CARLO SACCON

 

Colori come specchio dell’anima.
Materia come ricerca e tensione verso altro.
Una realtà diversa, o forse, semplicemente Migliore.
Dobbiamo a Teo Bragagna la scoperta artistica di Francesco Cecere, sicuramente uno degli esponenti più giovani della pittura
informale napoletana.
Sabbia, carta, legno si plasmano sulla tela assecondando lo stato dell’animo e i colori aiutano questa operazione attraverso la quale lo spirito dell’artista si estrinseca e si rende noto a tutti.
Dai dipinti scultorei traspare rabbia.
Non solo colore su un supporto, ma qualcosa di più.
Forse un modo di comunicare emozioni che divengono forma.
Il nero non è il colore della disperazione, ma della luce.
Anima nera non come anima cupa, quindi, ma come elemento di chiarificazione.
In questo gioco anche il rosso assume un significato che non è più quello della violenza, ma della serenità ritrovata nell’essere riuscito a rapportarsi con il mondo che lo circonda.

CARLO SACCON